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venerdì, 23 luglio 2010

la cura dei gesti

e i pescatori. quando ho finito con le porte e le finestre, io fotografo i pescatori. ora voi pensate che sia per la pena infinita della dura vita dell’uomo in mare e ok, siamo d’accordo, e dici pescatore e in testa senti la voce di de andré. voi, io e letti flavia sentiamo bertoli perché c’è tutto quel risvolto sentimentale lì e chissà la moglie poverina e via discorrendo. ma resta pur sempre il fatto che gli anni cinquanta sono abbastanza finiti, grazieadio, e comunque non è quello che stavo dicendo… eravamo ai pescatori.
cuciono le reti, ma ci si può credere? un uomo non si cuce un calzino neanche se nel buco ci passa un braccio, e loro prendono il loro bell’ago e cuciono le reti. stanno lì seduti e cuciono, parlano un po’ se sono più d’uno, e cuciono. e stanno attenti eh, non fanno mica a tirar via, ci mettono quell’attenzione che impiega una donna a riattaccare un bottone. lo fa parlando d’altro, ché il gesto ormai le appartiene e può farlo come si fa qualcosa di acquisito, arrotolare gli spaghetti o allacciarsi le scarpe o che ne so, parlando d’altro. però con quella cura di chi sa che quel bottone lì non verrà trattato mica tanto bene, fammi passare un altro giro di filo che se no domani siamo daccapo. e il bottone non si stacca più.

venerdì, 23 luglio 2010

con gli scuri chiusi se possibile

poi c’è anche quest’altra cosa qui. io lo so che alla fine sembro pazza e voi però mi volete bene uguale e mi tenete così come sono, che tanto se no non è mica che cambio, ma io come prendo in mano la reflex trovo una porta o una finestra da fotografare. e se fossi una un po’ meglio di così lo farei perché mentre guardo nel mirino penso chissà che vite si nascondono lì dietro, chissà che storie.
sì, senza dubbio, ma poi in fondo… magari no, magari dentro non c’è nessuno, sono usciti tutti. che poi il più delle volte riprendo pezzi di case abbandonate da anni, chi vuoi che ci sia più lì dentro? è che sono proprio belle, le porte e le finestre, ma com’è che non se ne accorge nessuno? guardate un po’ meglio invece di andare in giro a pensare a chissà che, che quella roba lì qualcuno l’avrà fatta eh, non si son mica fatte da sole, ci sarà stato un omino che ha preso il legno l’ha lavorato e tutto. varrà la pena di guardarle dire dio che belle e fargli una foto o no?
e questo era il motivo per cui nei miei album le porte e le finestre vanno via come il pane.

giovedì, 22 luglio 2010

quando la banda passò

che mi piacciono le bande ve l’avevo detto? certo che mi piacciono, che discorsi, con tutti quegli strumenti lucidi lucidi e i ragazzi che sudano chiusi nell’uniforme e il tamburo. ma com’è che uno la mattina si sveglia e dice sai cosa? entro nella banda. sì ma che suoni? mah, pensavo al tamburo. che poi io credevo si suonasse così, un po’ a caso, battendo un colpo ogni tanto giusto per far sentire che si partecipa, invece quello lì aveva proprio lo spartito con le note e tutto, roba seria insomma. ma comunque…
è successo che me ne stavo in spiaggia sdraiata al sole e tutt’a un tratto sento la banda. che la banda quando passa la senti, non puoi non sentirla con quel codazzo di gente che si porta dietro e ce n’è altrettanta affaciata alle finestre, è come il pifferaio magico, lei passa tu ti alzi e la segui, non puoi mica fare altrimenti. e com’è come non è ti ritrovi in prima fila dietro all’ultimo musicista, prima ancora delle beghine del paese, che si saranno alzate la mattina alle cinque per prendere posto, poverette, ma non volevo mica passare avanti, è stato l’istinto del fotoreporter che quando me ne sono accorta ho scartato per i vicoli laterali e me ne sono tornata in fondo. poche certezze ci sono nella vita e la prima è che io sono una da ultimi posti.
che processione fosse non l’ho ben capito, portavano in giro un tizio vestito di nero, o poteva anche essere una madonna, non lo so… ma niente banda a lutto, era festa piena. e questa era la storia di quando la banda passò.