l’ho sentita! la prima signora che alle dieci di mattina del due gennaio ha detto: meno male che so’ passate ste feste… ma nun te crede eh, che ce manca poco a pasqua.
non abbassate la guardia amici, e buon anno anche a voi.
l’ho sentita! la prima signora che alle dieci di mattina del due gennaio ha detto: meno male che so’ passate ste feste… ma nun te crede eh, che ce manca poco a pasqua.
non abbassate la guardia amici, e buon anno anche a voi.
a un certo punto il blog è andato giù. non me ne sono accorta io figuriamoci voi. c’era il caso che perdessi tutto, che dovessi ricominciare daccapo e sinceramente non so proprio se l’avrei fatto. la prima cosa che mi è venuta in mente alla parola backup (che per me ha senso quanto sim sala bim) è stato uno dei primi post che scrissi su questo blog. erano quasi quattro anni fa e era il quarto pezzo che scrivevo (il che dovrebbe dirmi qualcosa, immagino, ma basta CH’IO SCRIVA UN PO’ PIU’ FORTE e non sentirò niente e continuerà ad andare tuuutto bene). il discorso era: e se perdo il telefono con tutti i miei messaggi dentro? e se non posso mai più leggere quei cinque o sei lì, mai mai più? e mi misi a ricopiare i messaggi sull’agendina bella che mi aveva regalato caruso e mi sentii meglio, da brava ossessivo-compulsiva qual sono. col blogghetto sarebbe stata la stessa cosa, solo un po’ più complicata da rattoppare.
solo che poi, a ben guardare, alcune delle cose che ho scritto mi ha fatto bene scriverle nel momento stesso in cui battevo sui tasti, e la loro funzione è finita lì. altre le ho scritte per divertire un po’ voi e anche quella, che sia andata a buon fine o meno, ormai è andata. altre ancora perché qualcosa sentivo di dover fare, e meglio scrivere che niente. alcune, non poche, le ho scritte per tenerle ferme da qualche parte, per fotografare uno stato, una giornata, un piantarello che potevo farmi solo qui, una risata che potevo lasciar scappare solo qui. è stato un buon posto per far tutto. ma poi, a conti fatti, quei messaggi una volta ricopiati sono ancora lì e quel mio amico continua a mancarmi come quando scrissi quel post. puoi conservare tutto quello che vuoi in tutti i posti meravigliosi che riesci a costruirti, cantare tutte le canzoni di springsteen che conosci e bere white russian come lebowsky e far ballare le sirene gorde e far raccontare le serve e i re, ma le persone che hai perso per la strada nessuno te le ridà.
detto questo, natale è passato e io ho mangiato un solo pezzo di torrone. e nemmeno mi andava.
la storia di mio nonno me l’ha raccontata lui una sera in cui eravamo rimasti soli perché io avevo il papero grasso che era papero grasso da poco e dormiva e non mi potevo muovere e lui aveva da prendere il fresco sul balcone che era luglio e faceva caldo (mia nonna, sia detto per completezza dell’informazione, se n’era andata a giocare a canasta con le sorelle. e sì, parliamo di nonna giovane).
degli altri nonni che conosco io c’è quello che è stato fatto prigioniero dai tedeschi e deportato in germania, quello che fu pittore, quello che scrisse pagine della treccani, quello che andava a donne e si giocò la casa a teresina. gente con quelle storie lì, per capirci, che quando te le raccontano vuoi sentire come va a finire.
mio nonno invece è del ’25, il che vuol dire che era dell’ultima classe che venne richiamata per andare in guerra. ma era anche di novembre, il che vuol dire che la sfangò per pochi mesi, perché richiamarono prima quelli nati nei primi sei mesi, poi ci fu l’armistizio e lo sapete come va, passata la festa gabbato lo santo. il fatto che sia nato a novembre comporta anche che sia dello scorpione però, c’è un rovescio della medaglia in ogni cosa. poi in quegli anni lì tanti se ne andavano in america, o in canadà. allora a un certo punto, quando si era rotto a sufficienza di star sotto padrone, di arricchire gli altri e di morir di fame, decise che se ne andava anche lui, ma perse il treno per il canadà e non partì più. gli andò meglio che agli altri, che suo fratello una volta partito rimase lì e riuscì a comprare una casa per sé e per i figli e li fece studiare e li sposò entrambi. le stesse cose che fece anche mio nonno da qui, ma senza la tristezza dell’emigrante e la discriminazione e la nostalgia e la rabbia. e a parte il fatto che la casa non la comprò ma se la fece da sé. comunque.
questa però è tutta roba venuta dopo, scoperta una po’ alla volta con gli anni e riassunta quella sera lì sul balcone. la storia che esisteva prima per me era quella di mio nonno che non ci faceva giocare a pallone giù nel cortile perché gli rovinavamo le piante di limoni e l’insalata e altra roba di cui non ci importava una beneamata mazza, che te ne frega assai delle piante quando sei un ragazzino con un pallone e un cortile e nessuna possibilità di usarli insieme. questo e altri capitoli simili, riassumendo, ruotavano tutti intorno a quel carattere ameno che mio padre riassume efficacemente con un “da gran rompicoglioni qual è”.
ora si dà il caso che una volta divenuto bis, come ogni vecchio che si rispetti, anche mio nonno sia debitamente impazzito. e paperina, dal canto suo, si è innamorata a sua volta. così adesso ogni volta che andiamo dai nonni, lei all’ora di cena scappa di nascosto al piano di sotto e va a mangiare la minestrina insieme al nonno (bis) e gli frega il suo spicchio di mela, e il formaggio se c’è e il prosciutto se c’è. e lui è tutto contento e ogni volta che vede la nostra macchina fuori dal portone sale a controllare che ci sia anche lei. gira per casa con le mani in tasca e fa l’indifferente, ma intanto fa la conta dei presenti e se lei non c’è se ne ritorna giù e ci saluta appena.
quando arriva sera ed è ora della storia, allora, delle volte me la cavo con un libro, ma delle altre mi tocca andare a braccio, che sua signoria vuole così. e non valgono le storie prese a caso, ci vogliono quelle che raccontino di cose che lei sa e di persone che conosce. pensa che ti ripensa, un giorno ho ritrovato la storia di mio nonno che mi insegnava a fare i lacci alle scarpe. per me era già vecchio vecchissimo, perché era nonno, ed eravamo su in paese d’estate e mi disse ma ancora non sai fare il nodo alle scarpe? e io non lo sapevo fare che ero piccola. allora mi mise il piede dritto dritto e prese i lacci e con uno ci fai il cerchietto, poi quell’altro lo giri intorno poi lo fai passare dentro e fai un altro cerchietto e poi tiri e il nodo è fatto. e da quel giorno io so fare i lacci alle scarpe.
io non ero tanto più grande di lei e lui non era tanto meno nonno di così. quindi per me la storia vale, è onesta.
quella volta che mi propose di aiutarlo a scrivere la sua storia e io gli dissi di sì ed ero piena di entusiasmo e tanto felice ma me la facevo anche un po’ sotto, come sempre, e allora me la raccontò per bene, come la vedeva lui, come la voleva lui e mi disse che c’era una donna e che era bella e che poi c’erano due amici, mi disse, ma a quelli ci penso io, tu mi devi descrivere lei.
quella volta lì io scrissi: alina è bella e non lo sa. poi iniziai a pensare a come raccontarla e a come farla muovere e parlare, ma intanto avevo scritto quella che per me era la base dalla quale partire, su cui poggiare tutto il resto. e invece quella premessa a lui non tornava, perché la sua alina era una che la bellezza la portava con disinvoltura ma anche con consapevolezza, con leggerezza e cognizione di sé, una di quelle bellezze che buttano giù i muri con il movimento sovrappensiero di una mano. non eravamo poi così distanti in realtà, ma insomma.
perché ho iniziato questo discorso? non me lo ricordo più. comunque quella storia non l’abbiamo più finita poi, io almeno non ne ho più saputo niente. era il tempo in cui si scrivevano sceneggiature, in cui si pensava sarebbe bello se.
ieri in vasca c’era odore di mandorle. poteva essere tanto orzata quanto cianuro. mah.
nota a margine: sia detto tra noi, io la mia sirena gorda la immaginavo così, bella da buttare giù i muri con il movimento sovrappensiero di una mano.
veloce veloce, che tengo che ffa’. la maledizione di awali malappo si è abbattuta su di noi. è come quando alice in wonderland sta ferma davanti al badge per aspettare che scatti il minuto e non perdere nemmeno un secondo della pausa pranzo, il karma poi s’incazza e ci fa aspettare un quarto d’ora al semaforo pedonale. ormai l’abbiamo capito, funziona così. ci stavamo divertendo? stavamo facendo gli splendidi con le sorprese degli ovetti kinder, il ristorantino cinese camuffato da giapponese, i frizzi e i lazzi? cassa integrazione, via. che è sta roba? austerità ci vuole, rigore e mestizia.
sicché ieri si era di nuovo tutti lì, uniti come un sol uomo in riunione sindacale ad ascoltare attenti che ne sarà di noi. ma che volete che ne sia, possiamo mica sperare in una fine gloriosa, siamo gente da ovetti kinder noi. bene che andrà ci lasceranno asciugare al sole come le meduse, fino a che non verrà un signore col cappello a tirarci su con il retino.
un bel clima però tutto sommato, ci si diverte abbastanza. siamo a metà strada fra l’ultimo giorno di scuola e gli orchestrali del titanic. che è sempre meglio delle prove di evacuazione della protezione civile, voglio dire. è la mestizia che uccide, tutto il resto fa colore, gli metti intorno due fiocchetti e ne hai fatto una storia da riderci, su.
perché in fondo, parliamoci chiaro, va bene, va bene tutto. purché noi si riesca prima a finire la collezione delle pixie, questo dico io.
questo è un periodo in cui succedono cose piuttosto importanti e a me importa invece solo del mio ombelico, che mi fa male. poi piove di continuo, il che vuol dire che penso di continuo a quanto amassi prima la pioggia e a quanto mi faccia schifo ora. mi fa schifissimo. poi ci sarebbero anche cose importanti da fare, parecchie cose e parecchio importanti, ma non c’ho voglia. quindi adesso parliamo di roba seria, roba bella. parliamo di fuffa.
c’è stato un tempo, prima dei baci perugina, in cui eravamo entrati nel tunnel degli ovetti kinder. doveva essere due vite fa, perché mi pare ci fosse ancora l’asburgica, parlandone da viva, ma il tunnel degli ovetti me lo ricordo come fosse ora. c’erano le sorprese delle winx.
adesso siamo rientrati nello stesso tunnel, è bellissimo! usciamo a pranzo, io poi scappo che ho solo mezz’ora di pausa e ogni giorno c’è qualcuno che torna con un sacchettino pieno e distribuisce i pani e i pesci e ognuno incrocia le dita perché gli capiti la sorpresa che vuole. stavolta (noto solo ora l’estrema, tragica ironia del tutto) ci sono le nipoti delle winx, una specie di emy, ely e evy solo tamarramente fighe oppure, se ci capita il fondo di magazzino, kung fu panda.
alla gente seria del cioccolato chiaramente gliene frega niente e si butta a corpo morto sulla sorpresa. poi inizia un estenuante quanto penoso scambio che lascia sul campo morti e feriti. gente che baratta improbabili aggeggi per teste giganti di panda, personcine a modo che mettono sul piatto doppioni di squinzie per un carletto che non si trova (perché talvolta subentra il crossover coi sofficini, i tunnel sono fatti così)… si raggiungono livelli brutti, veramente, la dignità ne risente.
io per ora non ho rimediato una mazza, solo robe scamuffe che ho regalato in giro, una scimmietta che mi ha fregato il papero grasso e una squinzia col caschetto rosa che adesso campeggia sotto il monitor. con il caschetto, capite? io lo odio il caschetto. poi rosa, ma dai. al momento punto a un ippopotamino che credo sia una specie di aiutante di queste squinzie qui, o di schiavo, o di pupazzo, non so bene. a forza di cioccolata prima o poi ce la farò. stay tuned.
facebook continua a dirmi che forse potrei conoscere tizi a me del tutto ignoti. no, non li conosco, giuro, non conosco nessuno. a stento conosco quelli contro cui sbatto il naso tutte le mattine, figuratevi gli altri. non conosco gente che conosce altra gente che conosce me, non conosco gente che frequentava il mio liceo nei miei stessi anni, mi ricordo sì e no di quelli che avevo in classe, passavo il tempo a struggermi e ad innamorarmi di gente che non mi conosceva e ad aspettare l’estate, figuriamoci. dell’università non parliamo nemmeno, è come dire che io possa conoscere tutti quelli che vivono a roma. io non conosco nessuno, davvero, zero. non faccio come nanni moretti, che mi si nota di più se non vengo o se vengo e sto in disparte, non li conosco proprio. perché mi vergogno, c’ho questa cosa qui, che passo tutto il tempo a far finta di essere invisibile e a cercare di nascondermi all’umanità. quindi no, abbiate pazienza, ma io non conosco davvero nessuno, quelli che conosco entrano tutti nella rubrica del mio telefono che di numeri ne memorizza sì e no tre. e un paio mi viene anche il dubbio che facciano finta di sapere chi io sia per farmi piacere, ecco. poi scusate, ma che dovremmo dirci voi e io, che a stento parlo con quelli che conosco? io non parlo, davvero, chiedete in giro. non parlo, non racconto, non confido, zero. è più utile chiedere l’amicizia ai generatori automatici di post, vi daranno più soddisfazione, date retta.
letti flavia mi ha regalato una viola del pensiero. io l’ho messa sul gradino delle scale, fuori dalla porta di casa mia, così quando torno la trovo lì e sorrido. magari solo dentro, ma sorrido.
ho conosciuto una persona tanto carina, che mi ha fatto star bene per tutta un’ora di fila e mi ha fatto ascoltare musica bella e mi ha insegnato un modo stupendo per fare il tè e sono contenta che sia venuto freddo che così lo posso preparare.
a volte non dormo e altre non smetterei mai. a volte non mangio e altre non smetterei mai.
il signore del parcheggio dell’ufficio saluta sempre col sorriso, sempre sempre. stamattina pioveva tanto che non si vedeva la strada ed era tutto buio, ma lui è venuto fuori lo stesso e mi ha gridato ciao e mi ha salutata con la mano, allora ho gridato anch’io ciao gino! mentre correvo via. la giornata poi è andata bene.
c’è un signore, awali malappo, che dice che vorrebbe regalarci 83 milioni di dollari come sua personale politica dello sviluppo. noi ne abbiamo parlato e abbiamo deciso che va bene, qualcosa ci faremo. il nostro portavoce, corrado, gli ha così risposto: ok dear friend, send me all the money, thanks. ormai dovrebbero arrivare a giorni.
quest’anno abbiamo festeggiato a rate, io e letti flavia. a lei è andata peggio che a me, devo dire, che le è toccato andare a un matrimonio, ma insomma… una bella lotta. quest’anno è dura, quest’anno sono gli anni di cristo e cristo non ha fatto una bella fine.
una volta, da piccolina, mio zio si mise a fare un solitario. doveva essere natale se stava da noi, che lui viveva al mare e veniva a roma solo per le feste comandate. questo mio zio qui era lo zio che volevo sposare e lui mi aveva detto va bene ti aspetto, aspetto che diventi grande e io ho detto sicuro? e lui sì, ti aspetto. poi invece ha sposato mia zia, la sorella di mia mamma. dicono sempre che ti aspettano, che non se ne vanno, ma poi non ti aspetta mai nessuno. si capisce già a tre anni come sarà l’andazzo. insomma, questo mio zio qua che all’epoca mi aveva già abbandonato da un pezzo per mia zia, si mise a fare un solitario e così, per giocare un po’, disse: quest’anno compio trentatré anni, gli anni di cristo. se mi riesce questo solitario va bene, se no vuol dire che morirò pure io. io ho trattenuto il fiato e incrociato tutte le dita che avevo, ma si vede che erano troppo piccole perché ero piccina e non ha funzionato, il solitario non è riuscito. lui si è messo a ridere e ho sorriso anch’io, che non si nega un sorriso a un uomo che sta per morire. ma l’anno è stato lungo e io ho avuto paura per tutto il tempo.
non è successo niente poi alla fine, non ci pensate più.
adesso ditemi, sinceramente: a voi sono mai dimagrite le DITA?