la ciliegia, in qualunque altra forma che non sia frutto rosso colto dall’albero e col nocciolo dentro, anche se ci metti il cioccolato intorno mi fa schifo.
le amarene mi fanno schifissimo.
nb: ma mangiata così, nuda e cruda, è il mio frutto preferito di sempre e per sempre (la ciliegia, non l’amarena, che invece continua a farmi schifissimo).
Non la immaginavo così questa estate.
Ogni mattina mi sveglio, passo a dar da mangiare al gatto di Giulia, che è sparita, vado al lavoro e parlo quel tanto che basta per non sembrare sociopatica. Poi vado da Riccardo. Avrebbero già dovuto dimetterlo a quest’ora, ma c’è ancora quel po’ di febbre che non passa. Non mi sembra abbia troppa voglia di andarsene da lì comunque, ora che anche Alberto è sparito.
Sembra che siamo rimasti solo io e lui in tutta la città. Giulia è partita per trovare non so bene chi non so bene dove, me l’ha spiegato al telefono qualche giorno fa, ma stavo per entrare da Riccardo e l’ho ascoltata solo a metà. E ora non ho voglia dei suoi racconti infiniti, dovrei far finta che m’interessino e non è così. Per la prima volta da che la conosco.
Quella di Alberto invece è un’altra storia. Ha bofonchiato qualcosa su un “quasi fratello quasi morto” e su delle più generiche “cose che ti cambiano la vita” e che “ti fanno riflettere”. Che, a ben vedere, se si trattava solo di riflettere poteva anche farlo qui, con tutto lo spazio e il tempo e il silenzio che ci sono, ma non sono un’esperta in materia. Io mi tappo il naso e mi tuffo. E quindi ora non si sa bene dove sia, non qui comunque.
Personalmente faccio il tifo per l’ipotesi: morte in solitaria tra i ghiacci con abbondante riserva di bacche avvelenate, ma a lui questo non lo dico perché ogni giorno viene fuori il suo nome e ogni volta sorride un po’ triste con quegli occhi così belli che ha. E ogni volta, sempre, mi racconta un nuovo pezzetto di loro due, degli anni della scuola, delle ragazze, del primo gruppo insieme. E io lo sto a sentire come se fosse la più bella storia del mondo, più bella di dumas.
Questa situazione è ridicola, ecco che cos’è, potevo infilarmici solo io. Continuo a vivere quell’ora al giorno senza voler pensare che una volta fuori lui non avrà che da tornarsene a casa, seicento chilometri lontano da qui e nessun motivo per restare. O per tornare.
Non la immaginavo proprio così questa estate.
ci sono voci che quando le senti uscire dalle cuffiette per entrarti in testa sanno essere confortanti e riportarti a casa, in un angolo dove sei finalmente sola e dove stai bene così come sei.
quelli che ti incontrano e urlano il tuo nome e ti chiedono come stai e poi vogliono anche i dettagli e tu cerchi di fare più in fretta che puoi ma tanto per quando se ne sono andati la canzone che ascoltavi è già bell’e finita.
ed era la più bella di tutto l’ipod, porca vacca, e la stavi aspettando da quando sei uscita di casa. e no, certo che no, adesso non la puoi rimettere più.
Il ventilatore che fa trrrr-rot, l’aria smossa che però è sempre quella e più sta più si scalda, la voglia di gelato che però è lontano e allora resta lì dov’è.
La signora del piano di sopra dev’essere rimasta sola un’altra volta, perché ha telefonato a tutti i suoi parenti lontani e adesso guarda derrick.
Il tizio che va dietro a quella del terzo è di nuovo qui sotto che chiama chiama chiama e se non vincerà l’amore allora vincerà la stanchezza, che va a finire che la convinciamo noi con una riunione di condominio ad uscirci insieme.
Qualcuno passa con il finestrino aperto e fa sentire a tutti con che musica va.
Io aspetto, non so bene che. ma alzarmi da qui non ne ho voglia e allora rimando, che tanto non mi aspetta nessuno. Già.
sicché domani si parte. come dio vuole, incarto la casa così com’è, tutta intera, e me ne vado al mare. la formazione è la seguente: me medesima, il papero grasso, il principe ranocchio, mio papà, che è fresco di pensione e che ho subito precettato. i miei nonni sono già lì, il che vuol dire che giocherò a carte, guarderò di nuovo la tele e mangerò di nuovo, davvero e non per finta come faccio ora, tre pasti al giorno più varie ed eventuali. forse avrò anche qualche storia nuova da raccontare, dipenderà dal fresco che tirerà sul balcone la sera.
poi vedrò il mare deserto della mattina presto, il porticciolo quando il sole è già di là dalle montagne, andrò tutto il giorno in bicicletta come rosalina, insegnerò qualche nuova canzone al papero e scriverò tanto, spero.
intanto, per sentirmi al sicuro, ho già pronti i libri per le vacanze. quando la pila arriva alla maniglia della porta ho deciso che smetto di aggiungere roba, accada quel che deve accadere. ma la mole mi conforta, che vuol dire che starò bene e saprò come passare le notti insonni e avrò poco tempo per pensare ma tanto per far andare lontano i pensieri. ché più belle saranno le storie più lontano andranno.
voi statemi tanto bene, passate di qui ogni tanto a vedere che aria tira e godetevi questa estate. che sia bella più che si può.
- Scusa, stavi dormendo. Gli avevo detto di non svegliarti se dormivi.
- Non preoccuparti, dormo tutto il giorno.
Come sorride carino! Forse avrei dovuto portargli qualcosa. Ma che si porta a uno che hai mandato all’ospedale con una telefonata?
- Avevo pensato di portarti un libro…
- Che gentile, grazie. Qui non ho molto da fare in effetti, le giornate non passano mai.
- Sì. Però poi non l’ho portato, perché ho pensato… Ok, la prossima volta te lo porto allora.
- La prossima volta? – chiede e sorride.
Stupida! Stupida stupida stupida! Magari non era neanche mia la telefonata. Magari era di Chiara. Stronza. Portaglielo tu il libro.
- Come ti senti adesso, un po’ meglio?
- Insomma, ho la testa confusa ancora. Stanotte ho sognato Alberto. Era qui in ospedale che aspettava che gli dicessero qualcosa. Se ne stava seduto su una sedia fuori dal reparto, aspettando che uscisse qualcuno a cui chiedere. Aveva gli occhi più tristi che gli abbia visto da che lo conosco. Poi finalmente è venuto fuori un medico ed è rimasto fermo in piedi davanti a lui, senza dire niente. Dopo un po’ c’era di nuovo Alberto, ma stava rientrando a casa stavolta, sembrava sfinito. Passava davanti alla porta del bagno, dove ero caduto, e non aveva il coraggio di infilare la testa dentro per guardare. Poi è andato in camera sua, ha infilato quattro cose nella sacca da viaggio e se n’è andato via. Io ero lì da qualche parte ma lui non mi vedeva, non potevo dirgli niente. E l’ho visto andar via e volevo fermarlo per dirgli che non era successo niente, che stavo bene, ma non potevo. Mi sono svegliato con un angoscia che per ricominciare a respirare in maniera regolare mi ci è voluta mezz’ora. Che cazzo di sogni. Scusa Aurora…
- Ma no.
- Secondo te come sta? Lo so che tu Alberto lo conosci appena, ma come ti sembra che stia?
- Come uno che ha quasi perso un fratello. Gli stavi per morire tra le braccia, come vuoi che stia? Io avrei paura anche di chiudere gli occhi per dormire. Stavi per morire, sul serio, ci pensi mai?
- Ci penso sì. A sedici anni ti immagini morto per overdose in una posa molto fica e con i tuoi jeans preferiti addosso, tempo dieci anni e ti ritrovi con la testa rotta contro il lavandino, perché uscivi di corsa dalla doccia per andare a rispondere al telefono. Se ci può essere una fine più ingloriosa…
- A che ora hai detto che è successo?
- Dieci e mezza mi sembra, stavo per andare in Facoltà.
Ohmerda.
un ragazzo di ventitré anni in sella a una graziella mezza rotta ferma sul lungomare. zaino invicta su una spalla, costume, maglietta di albertone e sguardo serissimo. sopra a un naso da pagliaccio.
ciao.
che negli shampoo e nei dentifrici mettano davvero l’estratto di perla e che esista qualcuno che oggi, ora, 2011, usi motori di ricerca e caselle di posta diversi da google e gmail.