io e letti flavia, dopo mesi di tormenti solitudini pianti e racconti smozzicati, MESI, riusciamo come dio vuole a regalarci un pomeriggio insieme. il cielo ci fa la grazia e ci manda una bellissima giornata di sole, che qui l’inverno dura un giorno e per il resto è tutta mezza stagione, per questo in giro non ce ne sono più. ce le abbiamo tutte noi, ah ah.
così, felici e contente, ci incontriamo alla stazione per l’ora di pranzo. iniziamo subito con gli aggiornamenti che non abbiamo tempo da perdere, ma scegliamo argomenti ancora un po’ marginali, che così quelli seri ce li gustiamo poi meglio. chiacchieriamo fitto e camminiamo sottobraccio, scegliamo il primo pub all’aperto per sederci al sole a mangiare qualcosa. ordiniamo e parliamo, arrivano i piatti e parliamo. intanto, al tavolinetto accanto al nostro, un signore ordina un cappuccino con cacao, inforca gli occhiali e inizia a leggere vestivamo alla marinara. beh, siamo sul pezzo, penso io. che il libro non l’ho letto ma un’occasione per fare la stronzetta snob non me la lascio certo scappare. e il cielo mi punisce, e letti flavia viene a fondo con me.
il vecchietto trova una scusa banale e, lento e inesorabile come l’abbiocco del primo meriggio, inizia a raccontarci la sua vita, giammai rinunciando a renderci edotte del suo punto di vista su tutto l’universo mondo.
in spagna sarebbe impensabile che un palazzo del centro non avesse gli scuri alle finestre. impensabile. il comune andrebbe lì e gli direbbe: tu domani metti gli scuri alle finestre. ma io non ho i soldi! pazienza, vendi la casa. comunque non c’è più educazione ormai. esci con un amico e quello ha le cuffiette con la musica dentro. allora se sei già in compagnia io me ne vado, che modo è? sbaglio? ah, se dovete fare una cena, fate sempre sedere a tavola uno magro accanto a uno robusto che se no stanno scomodi e non si godono la serata. poi la tovaglia va messa ricamata, con un panno sotto dello stesso colore del servizio di piatti così che il colore si intraveda dal ricamo, e se mangiate arance preparate sempre una ciotolina con dell’acqua, dentro mettete dei petali di fiori, in numero dispari e di diverso colore.
e la verginità. io lo dico sempre alle ragazze. non state tanto lì a conservarla per quello giusto, che se lo aspettate per anni e quando arriva vi accorgete che giusto non era? che fate allora, ne valeva la pena? andate anche con un uomo sposato se vi piace, uno che sapete già che tanto la moglie non la lascerà mai, ma se a voi piace, se pensate sia quello giusto per voi, quello che volete voi, allora datela pure a lui la vostra verginità, questo dico io.
ecco, sì, bene. concordo in pieno sulla scarsa necessità della lunga conservazione, che conta altro nella vita e ritrovarsi a dover buttare la confezione nuova, ancora sigillata, perché è scaduta è un peccato mortale. sono molto, molto d’accordo. ma io sono un po’ incinta. un po’ tipo inizio dell’ottavo mese, la faccenda ormai possiamo dire sia piuttosto evidente. non le sembra, amico mio, un insegnamento di vita quanto meno superfluo, date le circostanze?
e poi comunque io e letti flavia stavamo parlando!!!