notte di ferragosto
calda la spiaggiaaa e caldo il ma-aaareee… che bello gianni morandi che cantava in quella cassettina lì, nostalgia ‘66. ce l’avevano data insieme al walkman, il perché non lo so, fatto sta che mio padre era tornato a casa con walkman + cassetta e io dalla terza elementare in poi per secoli ho ascoltato mina patty pravo i ribelli i rokes adamo tenco caterina caselli e via andando, una canzone ciascuno, sempre la stessa. tutta roba che ascoltava un qualunque ragazzino di otto anni nel 1986, insomma, ma questo evidentemente adesso non c’entra.
la notte di ferragosto per noi era quasi fine estate, che si arrivava al mare a luglio e si stava buoni buoni ad aspettare il primo di agosto, perché il primo di agosto cominciava tutto, arrivavano gli amici con la casa in affitto e c’era il cambio di comitiva e ci si metteva in pari con i racconti dei lunghi inverni bui e si facevano i piani d’attacco per il mese, si decidevano le sagre da passare in rassegna e speriamo che lui torni anche quest’anno e roba così.
il dieci agosto era la meta, che la notte di san lorenzo può succedere qualunque cosa, hai visto mai, io ho preparato una lista di desideri che mi bastano fino all’anno prossimo, ma dilli bene che se no non vale. ferragosto era il giro di boa, da lì in poi era una lenta inesorabile corsa fino al primo settembre, la prova inconfutabile dell’inesistenza di dio. ma doveva passare prima, e fino a che non passava l’estate era ancora nostra e c’era ancora tutto davanti, tutto il bello da venire e tutto ciò che si può desiderare da un’estate così.
il primo pensiero quando ti svegliavi era ricordarsi di prendere il secchiello, che un uomo senza secchiello la mattina di ferragosto è un uomo che sfida la sorte e grida al mondo: fate scempio del mio corpo, sono ottuso e merito di morire. poi il pranzo, che quello della vigilia di natale faceva venir da ridere, e un’altra volta in spiaggia ma solo per fare la conta dei caduti. e si arrivava alla sera, e la sera era solo una tappa obbligata per arrivare a far notte e poi mattina. si perdeva tempo bevendo e parlando e si aspettavano i primi fuochi e i fuochi di solito annoiavano quasi tutti, ma io ancora adesso quando sento lo sparo che ti risuona nella pancia e il cielo che si illumina e si riflette nel mare… sì, però adesso andiamo che si fa tardi e poi stiamo due ore bloccati in macchina e son sempre gli stessi tutti gli anni, dai su. e si trovava un posto per ballare, ma non subito, che all’inizio nei posti per ballare c’è musica che fa pregare di diventare sordi, allora si beve per dimenticare e per tirare l’ora giusta, quando finalmente mettono la musica scacciagente, che noi ballavamo solo quella e in pista c’eravamo solo noi, chi vuoi che ci sia a quell’ora e con quella musica lì. fino a che non ci cacciavano, che a una cert’ora dovevano pur chiudere, ma poco male tanto tra mezz’ora apre il forno, ci passiamo al forno no? io ero sempre per la mozione forno, che sì, buono buonissimo cornetto e cappuccino al bar appena aperto, ma come il forno di prima mattina non ce n’è. e mangiavamo, con la voce che non c’era più e con la faccia di chi ha fatto nottata, e ci toglievamo le scarpe e camminavamo sulla sabbia fredda e ancora umida. e poi – e a quel punto lì si fermava il mondo – vedevamo il sole arancione e tiepido che saliva dal mare, ci guardavamo e bevevamo, un sorso alla volta, la nostra alba.