Archivio categoria: ‘ma il cielo è sempre più blu’

lunedì, 16 agosto 2010

notte di ferragosto

calda la spiaggiaaa e caldo il ma-aaareee… che bello gianni morandi che cantava in quella cassettina lì, nostalgia ‘66. ce l’avevano data insieme al walkman, il perché non lo so, fatto sta che mio padre era tornato a casa con walkman + cassetta e io dalla terza elementare in poi per secoli ho ascoltato mina patty pravo i ribelli i rokes adamo tenco caterina caselli e via andando, una canzone ciascuno, sempre la stessa. tutta roba che ascoltava un qualunque ragazzino di otto anni nel 1986, insomma, ma questo evidentemente adesso non c’entra.
la notte di ferragosto per noi era quasi fine estate, che si arrivava al mare a luglio e si stava buoni buoni ad aspettare il primo di agosto, perché il primo di agosto cominciava tutto, arrivavano gli amici con la casa in affitto e c’era il cambio di comitiva e ci si metteva in pari con i racconti dei lunghi inverni bui e si facevano i piani d’attacco per il mese, si decidevano le sagre da passare in rassegna e speriamo che lui torni anche quest’anno e roba così.
il dieci agosto era la meta, che la notte di san lorenzo può succedere qualunque cosa, hai visto mai, io ho preparato una lista di desideri che mi bastano fino all’anno prossimo, ma dilli bene che se no non vale. ferragosto era il giro di boa, da lì in poi era una lenta inesorabile corsa fino al primo settembre, la prova inconfutabile dell’inesistenza di dio. ma doveva passare prima, e fino a che non passava l’estate era ancora nostra e c’era ancora tutto davanti, tutto il bello da venire e tutto ciò che si può desiderare da un’estate così.
il primo pensiero quando ti svegliavi era ricordarsi di prendere il secchiello, che un uomo senza secchiello la mattina di ferragosto è un uomo che sfida la sorte e grida al mondo: fate scempio del mio corpo, sono ottuso e merito di morire. poi il pranzo, che quello della vigilia di natale faceva venir da ridere, e un’altra volta in spiaggia ma solo per fare la conta dei caduti. e si arrivava alla sera, e la sera era solo una tappa obbligata per arrivare a far notte e poi mattina. si perdeva tempo bevendo e parlando e si aspettavano i primi fuochi e i fuochi di solito annoiavano quasi tutti, ma io ancora adesso quando sento lo sparo che ti risuona nella pancia e il cielo che si illumina e si riflette nel mare… sì, però adesso andiamo che si fa tardi e poi stiamo due ore bloccati in macchina e son sempre gli stessi tutti gli anni, dai su. e si trovava un posto per ballare, ma non subito, che all’inizio nei posti per ballare c’è musica che fa pregare di diventare sordi, allora si beve per dimenticare e per tirare l’ora giusta, quando finalmente mettono la musica scacciagente, che noi ballavamo solo quella e in pista c’eravamo solo noi, chi vuoi che ci sia a quell’ora e con quella musica lì. fino a che non ci cacciavano, che a una cert’ora dovevano pur chiudere, ma poco male tanto tra mezz’ora apre il forno, ci passiamo al forno no? io ero sempre per la mozione forno, che sì, buono buonissimo cornetto e cappuccino al bar appena aperto, ma come il forno di prima mattina non ce n’è. e mangiavamo, con la voce che non c’era più e con la faccia di chi ha fatto nottata, e ci toglievamo le scarpe e camminavamo sulla sabbia fredda e ancora umida. e poi – e a quel punto lì si fermava il mondo – vedevamo il sole arancione e tiepido che saliva dal mare, ci guardavamo e bevevamo, un sorso alla volta, la nostra alba.

giovedì, 22 luglio 2010

quando la banda passò

che mi piacciono le bande ve l’avevo detto? certo che mi piacciono, che discorsi, con tutti quegli strumenti lucidi lucidi e i ragazzi che sudano chiusi nell’uniforme e il tamburo. ma com’è che uno la mattina si sveglia e dice sai cosa? entro nella banda. sì ma che suoni? mah, pensavo al tamburo. che poi io credevo si suonasse così, un po’ a caso, battendo un colpo ogni tanto giusto per far sentire che si partecipa, invece quello lì aveva proprio lo spartito con le note e tutto, roba seria insomma. ma comunque…
è successo che me ne stavo in spiaggia sdraiata al sole e tutt’a un tratto sento la banda. che la banda quando passa la senti, non puoi non sentirla con quel codazzo di gente che si porta dietro e ce n’è altrettanta affaciata alle finestre, è come il pifferaio magico, lei passa tu ti alzi e la segui, non puoi mica fare altrimenti. e com’è come non è ti ritrovi in prima fila dietro all’ultimo musicista, prima ancora delle beghine del paese, che si saranno alzate la mattina alle cinque per prendere posto, poverette, ma non volevo mica passare avanti, è stato l’istinto del fotoreporter che quando me ne sono accorta ho scartato per i vicoli laterali e me ne sono tornata in fondo. poche certezze ci sono nella vita e la prima è che io sono una da ultimi posti.
che processione fosse non l’ho ben capito, portavano in giro un tizio vestito di nero, o poteva anche essere una madonna, non lo so… ma niente banda a lutto, era festa piena. e questa era la storia di quando la banda passò.

giovedì, 6 maggio 2010

giorni in pillole

riunioni, a pioggia. voi pensate a un numero medio giornaliero e io l’ho sicuramente doppiato. ma per sta settimana pare abbiamo finito, non ci pensiamo più. siamo reduci da un po’ di pause pranzo sbagliate, questa è la verità, e una pausa pranzo sbagliata manda a puttane la giornata intera così com’è, voi m’insegnate, grandi speranze, buoni propositi e tutto. è un fatto, non lo dico io. poi certo, si può sempre tentare un colpo di coda ma non riesce quasi mai, che le giornate sono infide… quando capiscono che stanno andando male si mettono d’impegno per andare peggio.
ma comunque. ray brown era il marito di ella fitzgerald e suonava jazz, pure lui. io non lo sapevo, ma ho chiesto a wiki e le due informazioni sembrano rispondere al vero. ora io torno a dire, posso mai venirvi a rincorrere ogni volta per farmi dire quale musica è che mi piace? vi pare che abbia il tempo per corrervi dietro? datemi una mano anche voi, ma sarete bastardi? comunque adesso lo so e l’ho messo da una parte, ben conservato. e ginevra di marco (che non c’entra niente, lo so benissimo da me) è una di quelle che ogni volta che la vedo penso che donna! ho trovato altri due canti popolari interpretati da lei e… niente, a me si piegano le gambe quando la sento, a voi non so, ma è anche un problema vostro a un certo punto.
poi. oggi ho scoperto questa cosa qua: si chiama finisterrae’s cronotopo e non ve la spiego che son mica capace, ma c’ha il suo bel linkettino e siete tutti tipetti volenterosi, ve lo leggete da soli. però vorrei capire come fa a venire in mente una cosa così, che è geniale, come la vuoi chiamare se no? come ti viene in mente una cosa così? io questo lo vorrei tanto sapere, ecco, poi magari qualcuno me lo dirà.
e niente, mi pare basta, che se perdo tempo in futili riunioni non è che abbia chissà che storie per voi, ma i bignè ce li siamo mangiati comunque. dopo la riunione lunga dico, erano le sei ma 30 bignè si rimandano mica all’indomani così, meritano giustizia. e giustizia è stata fatta, AH! se è stata fatta… che siamo gente di sani principi noi, di valori incrollabili, di spada in pugno e sguardo fiero.
addio, orsù, statemi bene.

domenica, 4 aprile 2010

mio fratello, questo sconosciuto

mio fratello c’è sempre stato. non è mica nato oggi voglio dire, è da quando ho tre anni che c’è, quindi poi uno dopo un po’ ci fa l’abitudine, se capite cosa voglio dire. e voi non lo sapete, ma io e mio fratello ci siamo dati botte da orbi che come ne siamo usciti vivi diosololosa, ma siamo ancora vivi e questo è un fatto. botte da orbi e mazzate a più non posso, tante prese e tante date che veniamo da una famiglia in cui il senso del giusto prima di tutto. io gli ho fregato parecchi vestiti anche, appena è diventato alto abbastanza da poterglieli fregare. fregati poi… presi in prestito, che poi glieli ridavo i jeans, mica me li tenevo. e comunque parlavamo un sacco, voi ci davate una traccia e noi andavamo avanti per ore, che poi l’argomento vale quel che vale e a noi ce ne fregava poco, e io una volta gli ho anche raccontato un libro per filo e per segno che secondo me a lui piaceva ma lui non aveva voglia di leggerselo, allora io mano a mano che andavo avanti glielo raccontavo, che a leggerlo alla fine mi sa che ci metteva meno. parlavamo anche la sera prima di dormire, ogni tanto, prima che ognuno avesse la sua cameretta, e anche dopo lasciavamo la porta aperta e parlavamo al buio, da stanza a stanza, ognuno sotto la sua coperta fino a che uno dei due non diceva vabbè dai a domani, buonanotte.
oggi eravamo seduti nella stessa poltrona, in pausa lui da un mese di lavoro fuori sede e io da una figlia meteoropatica, e viene fuori che anche lui ascolta musica salentina. allora chiedo: com’è? e lui risponde: e tu com’è? ha sempre questa logica stringente che ti spiazza, mio fratello. poi fa: è che, più in generale, mi piace la musica popolare. e questa non me l’aspettavo mica, che io pensavo di essere la sola e invece c’era lui, ma chi lo sapeva? allora gli ho raccontato delle ricerche degli ultimi mesi, dei canti popolari, di quelli della guerra e della resistenza, dei collettivi di recupero e salvaguardia della musica popolare e lui stava lì e ascoltava, niente di più e niente di meno. e penso sia l’unico, a conti fatti. è l’unico con cui posso chiacchierare a ruota libera di cose che annoiano quasi anche me, senza che metta su una faccia spazientita o che mi interrompa per parlare dei fatti suoi. per dire che fratello che ho io.

venerdì, 26 marzo 2010

se devo fare tutto io allora

non è ch’io non scriva perché abbia da fare eh, dai su, anche voi. è che lo sapete come vanno queste cose, uno si alza la mattina, ha l’ipod felice ed ecco lì che gli è già passato di mente. d’altra parte posso mica pensare a tutto io, se volete un post me lo dite e io ve lo scrivo. ma fatevi vivi solo in caso di estrema necessità, che sono seriamente impegnata a pensare ai fatti miei nell’attuale contesto storico. ciò non toglie ch’io vi ami tutti come fosse il primo giorno, neanche a parlarne. allora dicevamo… eric clapton. eric clapton che mi dicono essere inglese, te pensa, che io lo facevo americano invece. adesso io non voglio star qui a far polemica, ma eric clapton saran quarant’anni che suona o sbaglio? me lo volete dire che è uno che mi piace o aspettate che lo scopra da sola, eh? che se fossi morta la settimana scorsa non l’avrei saputo. vi pare bello, lasciarmi annegare nell’inconsapevolezza? non so… io a volte proprio non vi capisco.
poi. la lega, meravigliosa creatura. la lega era un po’ che non faceva una cosa che uno dice ah, quei vecchi mattacchioni dei leghisti. così sono corsi ai ripari e ne hanno fatta una, settimana scorsa. sapete quella delle salviettine igienizzanti per pulirsi le mani dopo aver toccato un immigrato, no? ecco, siccome la barzelletta di borghezio che saliva sul treno con lo spray disinfettante gli era rimasta scompagnata, allora si son fatti venire in mente questa. marione, pensavi me la fossi dimentica eh? col cazzo. io vivo per il giorno in cui un nigeriano alto due metri e tre deciderà di donarti tutto il suo amore per ringraziarti di aver reso trenitalia un posto più pulito.
poi che altro? martedì c’è stata la presentazione del tarlo e l’avevo aspettata tanto ma poi alla fine non sono andata, che all’improvviso mi sembrava una cosa tanto piccina e io non ero dell’umore che ci voleva per essere lì e allora ho detto vabbè dai, però magari sarebbe stato bello invece.
poi niente, più o meno tutto qui. delle pause pranzo vi racconto la settimana prossima, che quella è tutta un’altra storia.

mercoledì, 24 febbraio 2010

leggende metropolitane, anacronismi e ritorni alle origini

tutte quelle cose che “è come andare in bicicletta, imparato una volta non lo scordi più”. perché dite cazzate, perché? che lo sapete che non è vero, perché dovete illudete la gente? ma guarda che siete bastardi… comunque non mi importa, con la volontà granitica che voi tutti mi riconoscete, imparerò ancora, come fosse la prima volta, AH! se imparerò. e anche stavolta malgrado voi.
e questo era una questione. seconda faccenda. sto ascoltando tanta bella musica in questo periodo, roba mai ascoltata prima e che mai mi sarebbe passato per la testa e cose sentite e risentite invece, mille diecimila centomila volte, ma è come se le scoprissi adesso. e questo secondo punto è più o meno tutto qui, ma volevo condividere, ecco. ah, tanta musica popolare anche, ecco che volevo dirvi, roba della guerra, roba di due secoli fa, letteralmente, che qualcuno intorno agli anni settanta e poi oltre ha ripreso e cantato ancora. e adesso ci sono io che l’ascolto, sola nell’universo immagino, ma a chi gliene frega? che sono forse di questi tempi io?
punto numero tre. oggi, finalmente dopo ere geologiche passate invano, siamo tornati a pranzo da salvatore. ma tornati come si deve, col tavolino fuori, il vassoietto di pizza e il sole. e ritmi lenti finalmente, lenti, non la macchina, le corse, le cose… calma, un momento, è la pausa pranzo diosanto, rilassatevi un po’.

martedì, 23 febbraio 2010

un po’ di questo, un po’ di quello

qui ci sarebbe da parlare per giorni, ma come si fa? possiamo mica perdere tempo in blog, voi e io…
ve la faccio breve allora, tanto che volete che mi sia successo nel frattempo? allora, il festival è andato come tutti ormai sappiamo, avrei voluto scriverne ma ormai… passata la festa gabbato lo santo, quindi per stavolta vi siete salvati. però concludo dicendo quanto segue: il popolo italiano ha dato l’ultimo, inequivocabile, segno di demenza senile, non c’è da meravigliarsi del destino che lo attende, ha il governo e il festival della canzone che merita e non ho altro da aggiungere sull’argomento.
poi. sabato sono andata a sentire bollani (again and again, mbè? fatevi i fatti vostri), che stavolta suonava le musiche di gershwin con l’orchestra di santa cecilia, una cosa che lasciava senza fiato. ora, io era la prima volta che ascoltavo un’orchestra dal vivo quindi per lo più non capivo una mazza, che ora che individuavo chi è che stava suonando quello aveva smesso e iniziava un altro. perché capire chi suona non è mica facile eh, non è facile per niente. le percussioni vanno bene, quelle si capiscono, e infatti sono quasi le mie preferite perché stanno in fondo, da una parte, non stanno lì a fare tanto le splendide e fanno il loro lavoro, che sarà anche umile però è onesto, vivaddio, non come i violini che mamma mia… fanaaatici… anche i contrabbassi si riconoscono, sono anche belli, alti e fieri messi lì da una parte. e poi ci sono i miei preferiti. io non l’avrei mai detto, mai nella vita, ma i miei preferiti sono i legni. l’oboe, ma guardate che l’oboe ha una voce che incanta, io mica lo sapevo. e non vi fate fregare dal nome che anch’io pensavo fosse grande e grosso come il corno, invece è tutto bello sinuoso che uno proprio non lo direbbe mai. poi il bassotuba, il fagotto, l’ottavino… roba che quando mai prima? insomma bello, proprio bello bello.
e a questo punto, dopo aver ampiamente dimostrato di essere padrona della materia, mi sento di dare dei suggerimenti alle orchestre future. meno violini e viole, ragazzi, sono troppi. coi violoncelli andiamo bene, ma viole e violini fanno un casino, sono scomposti, con quegli archetti sempre per aria. poi fanatici… l’ho già detto fanatici? io non li sopporto. e per finire, due parole sul direttore d’orchestra, questo sconosciuto. non starò qui a dire che non serve a niente, perché è bello, è elegante, muove la bacchetta con garbo, per me se resta va bene. però la pedana… gliela vogliamo fare un po’ più grande quella pedana? guardate che prima o poi qualcuno cade e si fa male, io ve lo dico. quello è tutto preso dalla musica, dalla bacchetta, dai capelli che gli vanno davanti agli occhi… fa un passo un po’ più in là e frana sui violini, che stanno sempre in mezzo. stiamoci attenti, questo dico io.
e per oggi basta dai, il resto alla prossima puntata.

martedì, 16 febbraio 2010

sanremo bignami

facciamo una cosa veloce eh, che dite? tanto di musica non dobbiamo parlare, di super ospiti perlamordiddio… resta giusto un po’ d’aria fritta e su quella noi andiamo fortissimo.
dunque dunque. l’inizio me lo sono perso, e lo so, voi avete ragione ma io avevo da fare. peeeerò, vi dico subito che l’antonellina nazionale, essendo oggi come voi tutti certo saprete martedì grasso, si è vestita da caramella rossana. e io le rossana le adoro, veramente eh, da sempre, quindi brava bionda. poi c’è tutta la filippica di bonolis che passa il testimone e questa ve la risparmio che due palle così. solite battute a mitraglia, soliti giochetti di parole penosi con luca laurenti e tante simpaticissime allusioni alla taglia comoda della clerici. ma vai a fare il senso della vita, vai, e non rompere le palle a noi che non se ne può più di sentirti dire qualunque cosa come se stessi parlando del caffè.
poi come dio vuole si arriva a metà della scaletta e a questo punto si raggiungono due vette che so già rimarranno insuperate (ed è per questo che ve le dico e poi me ne vado a letto, non perché mi sia già rotta di sanremo, no no no, rimarrei a parlarne con voi tutta la notte).
vetta numero uno. sale sul palco la seguente formazione: pupo (!), emanuele filiberto (?!) e un non meglio precisato tenore (…). la canzone di cosa mai potrà parlare se non dell’amore immenso e incondizionato per la nostra bella italia? da vomito. avete presente il vomito? io ce l’ho ben presente che da queste parti sono due giorni che va parecchio di moda. ecco, quello che gira qui non è niente a confronto. domani ve lo andate a vedere su youtube poi mi dite. e lo so che avevo detto che non avremmo parlato di musica, appunto.
vetta numero due, il corno grande della prima puntata del festivàl. antonellina saluta il pòro morgan come fosse un tossico all’ultimo stadio che si sta lentamente spegnendo in un triste e solitario letto d’ospedale. precisa che lei non ha alcun tipo di frequentazione con la droga eh, non scherziamo, “la mia unica droga è la mia famiglia”, ma malgrado i vertici rai abbiano deciso diversamente lei vuole osare, vuole leggerci comunque un breve estratto di quella che doveva essere la canzone del nostro. e lo fa, AH! se lo fa, con un accompagnamento al piano che se davvero morgan non sta morendo con una siringa infetta piantata nel braccio, si toglie la cintura e corre ad impiccarsi al lampadario del bagno.
ecco, io a questo punto andrei, voi magari restate… poi se c’è qualcosa di urgente mi fate un fischio.

giovedì, 21 gennaio 2010

un po’ di fattacci miei

di bufalo bill avevo la cassetta. originale, non registrata. e di cassette originali ne avrò avute dieci in tutto, quindi il dettaglio merita la sua considerazione. era un grande album, lui aveva quella voce… e in copertina c’era una pin up di un calendario degli anni quaranta. l’avrò ascoltato, non so, trecento volte. e per anni poi, non per un periodo, per anni. la cassetta ce l’ho ancora ma ormai dove la sento più, allora ho scaricato l’album e adesso ce l’ho su itunes, ma non è lo stesso. manca la pin up e il suono e il fatto di avere le canzoni messe tutte in fila in quell’ordine lì, che quando arriva atlantide bisogna cambiare lato, giri e parte ipercarmela.
questo era bufalo bill, che però col post non c’entra niente. bufalo bill è del ‘76, tre anni dopo esce banana republic ed eccoci al punto. ho anche questa cassetta qui ma non è originale, ce l’ho scritta a mano non so da chi e se non l’ho ascoltata trecento volte duecento sono sicure. banana republic era stupendo, tra una canzone e l’altra si sentivano dalla e de gregori che parlavano e il pubblico sotto che cantava e applaudiva e alla fine, sulle ultime note di ma come fanno i marinai, c’erano i ringraziamenti ai musicisti che ormai ve li potrei dire a memoria. se penso a un album dal vivo, a un tour, per me è banana republic. ne ho ascoltati e amati tanti altri prima e dopo ma per me è quello, che se avessi potuto esserci… e adesso, pare, pare… ma non lo voglio dire, perché lo so che se fosse vero il biglietto lo comprerei in questo momento qui, ora, ma so anche che come si fa trent’anni dopo a rifare quella cosa lì, che viene fuori ormai? quindi niente, facciamo come se niente fosse, mi riascolto due pezzi tanto per non mandar sprecato l’effetto nostalgia e buonanotte a tutti.

mercoledì, 20 gennaio 2010

un tranquillo mercoledì pomeriggio

“ognuno è un cantastoria, tante facce nella memoria, tanto di tutto tanto di niente, le parole di tanta gente. tanto buio tanto colore, tanta noia tanto amore, tante sciocchezze tante passioni, tanto silenzio tante canzoni”.