Archivio categoria: ‘i me mine’

lunedì, 6 giugno 2011

ultime notizie dalla famiglia

il più piccolo di casa pantofola alla fine è arrivato. un mese e mezzo fa, un chilo e mezzo fa, nel giorno della liberazione nazionale e del santo patrono delle pasquette.
così adesso passiamo il tempo insieme, lungo giornate divise in capitoli di tre ore. ascoltiamo vecchie canzoni e qualcuna nuova, leggiamo tutto quello che troviamo in giro, guardiamo i fiori fuori dalla finestra e i bambini che tornano da scuola e contiamo i giorni che mancano al mare. poi torna il papero grasso (che ormai in realtà è più una giovane paperina bionda) e allora ci mettiamo in posizione di difesa, che lei l’affetto lo tira, non lo dà. di tanto in tanto ci guardiamo e ci riconosciamo e ci diciamo cose che voi non sapete e noi sì.
queste sono le nostre giornate. ci si potrebbe annoiare fino ad addormentarsi o emozionarsi fino a piangere. noi siamo ometti allegri e per lo più sorridiamo guardando il mondo e aspettiamo di capire che succede e stiamo bene così.

sabato, 12 marzo 2011

trattato sulla sorellanza

quando hai n ore davanti da passare insieme e n capitoli arretrati da trattare le possibilità di approccio sono due.

1) la si prende alla larga, se l’argomento è frivolo, si inizia da dettagli marginali, scioccherelli, di poco conto, che però servono a creare atmosfera. e sempre, sempre, si lascia per ultima la ciliegina sulla torta.

2) la faccenda è seria e si arriva subito al dunque. il dunque lo si dice in due parole, senza colpi di scena e senza effetti speciali. poi, ma solo poi, si può partire a raccontare della notte dei tempi, dell’origine dell’universo, di quando tutto ebbe inizio, fermandosi ogni minuto a ricordare un particolare che sì, potrebbe sembrare superfluo in effetti, ma hai visto mai. quando poi si è finito, quando si pensa che non sia possibile aggiungere una parola di più, si prende l’argomento e lo si fa a brandelli, che quando è a brandelli fa meno paura e si ragiona meglio.

intanto avrete tutto il tempo di cucinare, mangiare, controllare lo stato delle piantine di menta e prezzemolo sul balcone, ascoltare canzoni tristi ridendo, truccarvi un po’ per farvi appena meno schifo o per giocare alle bambine sole in case quando la mamma non c’è.

e poi c’è sempre il vantaggio che se avevate messo degli album su una chiavetta, con tanta cura e tanto amore, potete sempre darli a lei che così non vanno sprecati. se vi pare poco.

mercoledì, 23 febbraio 2011

la primavera quando arriva arriva

il mistero mai svelato degli alberi in inverno. un giorno sono lì, spogli e nudi come i poverelli la notte di natale, buoni sono per dare ai merli qualche legnetto per farsi il nido, e tu lo sai che sono così che li vedi tutti i giorni e ci fai caso, li aspetti al varco, e il giorno dopo sono tutto un fiorire di profumo e colore e buonumore. ora, da dove escono fuori quei fiori lì? li hanno appiccicati la notte come i sei per tre del cinema, questa è la mia risposta.
e sì, lo so che in giro per il mondo è tutto un fiorire di guerre e che la primavera non dovrebbe essere all’ordine del giorno e che ohpoveromondo, ma io ho un bambino che mi balla dentro tutto il giorno e mi fa muovere il vestito e mi fa venire fame tossica di dolcidolcidolci, io che dolci non ne ho mangiati mai, quindi no, niente guerre, perché la guerra fa venire gli incubi. la primavera invece va bene, che con i fiori nuovi sugli alberi poi fa bei sogni.

mercoledì, 16 febbraio 2011

di mani, capelli e di nonne vecchie

io non sono una che sta tanto lì a far caso, è letti flavia la gemella attenta, io a stento sono in grado di dire se uno ha i baffi o gli occhiali (non che uno con i baffi non possa avere anche gli occhiali, ma la concomitanza di particolarità genera ancora più confusione in un’eventuale descrizione a terzi, quindi al momento questo è un caso che preferirei non esaminare). non mi chiedete com’è fatto questo o quell’altro che non so dirvelo. però le mani le noto, le noto che poi sto male. se uno mi piace, è carino, intelligente, fa quelle battute sceme che mi fanno ridere più del dovuto e vedo che ha delle brutte mani, poi sto male, perché è un peccato. se invece sei una carogna con delle mani belle penso che non te le meriti e sto male uguale, ma di un male diverso. ma non è questo che volevo dire.
mia mamma quando io ero piccola aveva delle mani meravigliose, più o meno le stesse che ha ora, ma quando ero piccola mi parevano più belle. adesso gli vedo addosso i segni che lasciano le giornate, e l’età, sono belle mani di chi però le usa, mani di mamma ormai nonna che ha da fare e non sta lì a perder tempo coi bastoncini di legno d’arancio. ma le mani più belle che io abbia mai visto al mondo sono quelle di mia nonna. nonna vecchia, che quella giovane no, ma mia nonna vecchia, che tra dieci giorni sono novanta, ha delle mani di una bellezza che commuove. e non è che non le abbia usate, che su in montagna erano inverni di neve alta un metro e mezzo da spalare, terra da lavorare, legna senza padrone da raccogliere per la stufa, che lei era sola e ai suoi figli non doveva mancare niente e fratelli ne aveva a pacchi ma voleva fare da sé, che non dicessero che se la prendeva comoda perché era donna. e poi c’era da fare il pane, da fare la pasta, e tirare la sfoglia per ottant’anni almeno le mani te le spezza, e invece eccole lì. la forma delle dita, la posizione delle ossa sotto la pelle sottile, la curva che seguono le unghie e quel suo tenerle sempre composte, anche quando ce le ha poggiate in grembo o se le massaggia perché fanno male. una volta, non tanto tempo fa, riusciva a pettinarci anche i suoi capelli, lunghi bianchi e stretti nello chignon come la nonnina di petar, ma ormai solo ad alzare le braccia un po’ più di così fa fatica che a raccogliere castagne per una vita poi è così che finisci, venti uova di fettuccine non le puoi ammassare più. allora niente, i capelli glieli pettina mia zia e lei ogni tanto prende con un braccio l’altro braccio, lo solleva un po’ e sistema le pettinesse. perché ha anche dei gran capelli la mia nonna vecchia, è una gran fica a dirla tutta.

martedì, 1 febbraio 2011

cose che sembrano facili, ma a conti fatti invece no

ho voglia di zuppa, di vecchi film guardati sotto la copertina, di una mattina al mare, di andare in bicicletta con il walkman, di castagne arrosto, cioccolata calda densa, dei primi fiori sugli alberi, della gatta che viene a cercare da mangiare, di dormire dodici ore e sognarne sei, solo sogni felici, di una festa bella dove ci si diverte per davvero, di andare a teatro seduta in piccionaia, di un giro in libreria, di carta e penna, di stare seduta al sole ad occhi chiusi, di piedi scalzi, di maglioni pesanti. anche di stelle cadenti, se possibile, ma forse non è stagione.

lunedì, 31 gennaio 2011

being mom

non ci sei mai, passi fuori casa quasi dodici ore al giorno a pensare ai fatti tuoi, a cercare di mettere le cose in ordine per il prossimo mese, a fare, a dire, ad ascoltare. sei tutta piegata su te stessa per cercare di capire se fa più male di qui o di qua, e pensi e indaghi e scavi dentro.
poi torni e ti scopri a studiare delle macchie di sugo e colore sul grembiulino per capire come ha passato la giornata l’altra metà di te, che ancora non sa dirtelo.
e ti dici va bene così, ma va bene un cazzo.

lunedì, 6 dicembre 2010

consigli per gli acquisti

non lo so com’è che la vedete voi, magari sono io che la prendo troppo sul serio, magari è l’essere cresciuta con mio padre che ha fatto di me quella diabolica intransigente duraepura rompicoglioni che sono, magari poi ognuno fa anche un po’ quel cazzo che vuole, per dire. ma l’idea che uno metta la pubblicità su un blogghetto che parla dei propri mal di pancia per guadagnare soldi mentre sta lì che controlla allo specchio lo stato del suo ombelico… non so, per me poi dopo vai all’inferno.
(e comunque è che mi hanno detto che i soldi sono sporchi, ecco che c’è. non è colpa mia).

mercoledì, 1 dicembre 2010

nonna giovane

mia nonna giovane ha fatto due volte la quarta. la quinta no ché nel paese dove andava lei non c’era, allora la maestra per tenerli un’altro anno a scuola, quelli un po’ più bravini e che non servivano a dare una mano in campagna, diceva ai genitori di fargli fare un altro anno, che almeno d’inverno stavano un po’ al caldo. non sono poi tanto sicura che dalla prima alla quarta le altre classi ci fossero tutte, quindi erano proprio piccini quei bambini lì.
mia nonna giovane viveva in una famiglia con la mamma e due sorelle, lei era quella di mezzo, il papà se n’era andato a mettere su casa con un’altra, ma per convenzione diremo che fu disperso in guerra, perché questa fu la versione ufficiale per cinquant’anni almeno e a mia nonna poveretta a momenti non viene un infarto a scoprire così per caso che suo papà era ancora vivo e abitava a neanche 150 km di distanza (e comunque al mio di papà, che non c’entra niente che lui è dell’altra metà famiglia, quando questa storia venne fuori e mia nonna momenti ci resta secca e le sue sorelle anche e un fiume di domande e di dire se avessi avuto un padre e altre cose che poi vi racconto in un altro post, mio papà gli avrebbe dato una badilata in testa a quel mio bisnonno lì e quando se ne parlava faceva gli occhietti suoi di disapprovazione e non diceva niente ma si capiva che non gli piaceva nemmeno un po’).
poi oltre alla mamma di mia nonna giovane, cioè la mia bisnonnina che mi ha cresciuta e mi ha raccontato tutte le favole che so e mi ha fatto le frittelle a merenda e pane e olio tutte le volte che lo volevo, c’era sua mamma (e siamo alla trisavola). una famiglia di piccole donne che si arrangiava come poteva e tirava avanti meglio di altri. di uomini ce n’erano due, zio ernesto e zio gabriele, i fratelli della mia bisnonna. il primo – fascista – morì in guerra, giovane poveretto e tanto bello. il secondo – socialista – restò a casa perché poliomelitico e meno male che almeno campò un sacco di anni tanto che me lo ricordo anch’io, bellino con quei baffetti e gli occhi piccolini che brillavano quando sorrideva. e questo zio gabriele qua era quello che metteva il ceppo nel camino a natale, che a nonna loreta ogni anno veniva tristezza a non avere più il marito che pensasse a quelle cose lì, ma c’era zio gabriele e allora andava male lo stesso, sì, ma solo un po’.
ora, io lui l’ho conosciuto che era già vecchiarello e poi non era proprio della famiglia famiglia, si andava a trovare una volta ogni tanto, però tutte le volte che qualcuno raccontava una storia finiva che prima o dopo usciva fuori lui. era uno di quelli che quando manca si sente, la gente sta un po’ meno bene e sembra che non sappia come fare a divertirsi. gli amici da ragazzi se lo caricavano sulle spalle e se lo portavano dietro ogni volta che andavano a far casino in giro per la montagna. loro camminavano e lui da lì sopra gli raccontava le storie dei libri che leggeva, così passavano il tempo. io non ho idea di dove li andasse a prendere quei libri, che mi viene difficile immaginarli in giro per casa, per quella casa, devo capirla meglio questa cosa qui, comunque fatto sta che da qualche parte li prendeva e raccontava dei reali di francia, dei miserabili, dei moschettieri. poi in inverno, quando fa buio presto e in campagna non c’è niente da fare e ci si annoia, si trovavano tutti insieme per passare il tempo, lui sceglieva una delle storie tra quelle che aveva letto e distribuiva le parti. per sé teneva sempre quelle dei vecchi o degli storpi, così non doveva camminare, e tutti si divertivano e ridevano in un modo difficile da immaginare considerando il freddo e la guerra e la miseria nera, ma non lo so, magari si riesce a star bene solo quando non si ha niente e ci sarebbe solo da disperarsi e piangere finché non viene notte, non lo so davvero.
tuuutta questa lunghissima e interessantissima storia per dire che mentre ero lì che prendevo amabilmente il tè con mia nonna giovane, lei se ne viene fuori con quanto gli era piaciuto orgoglio e pregiudizio a quindici anni. quindici anni, orfana di padre, in un paesino con tre case in croce e con appena la legna per scaldarsi in inverno e lei leggeva orgoglio e pregiudizio. ma dove l’hai trovato orgoglio e pregiudizio tu? a casa di zia maria (sua sorella più grande di un anno, che era andata a lavorare a roma a casa di una coppia che non aveva figli. altro post, tutta un’altra storia), ah, di libri lì ce n’erano tanti… ma poi mi ricordo ancora tutto, com’erano i vestiti, la casa, tutto. anche il conte di montecristo ho letto, ma quello mi è piaciuto meno. bello eh, però… un po’ meno.

giovedì, 25 novembre 2010

pensieri sfusi di un giovedì sera

ho tante cose da dire, ma nessuna importante, tranquilli.
ieri sono tornata in ufficio dopo una settimana che, insomma. e sembrava tanto il primo giorno di scuola, che pensi chissà se ritrovo tutto come l’anno scorso, e avevo un po’ paura ma un po’ ero anche felice e ascoltavo di nuovo il ruggito mentre ero in macchina e cercavo di pensare che tutto sarebbe andato bene. poi la curva, sempre quella, e il mio posto preferito era di nuovo lì, ed era taaanto bello e mi era mancato, anche lui. e ho saputo che tanto male dopotutto non poteva andare, almeno per quel giorno.

e sì, le cose erano tante, ma magari domani.

venerdì, 19 novembre 2010

ma come fate a vivere voi? c’è da impazzire…

dopo due giorni di pessimismo imperante e orizzonti neri neri neri, sono tornata in me giusto il tempo di regalare a voi questo mio insegnamento di vita.
la vita dei pessimisti fa schifo. date retta a me, che adesso lo so. uscite da quel tunnel, davvero, c’è tutto un mondo di immotivato ottimismo là fuori ad attendervi.