Archivio categoria: ‘i me mine’

mercoledì, 1 settembre 2010

parlar del nulla per sentirsi in forma

sono giorni da rientro lento questi, tanto lento che un altro po’ e mi fermo. forse mi fermo davvero, che magari quando riparto poi riparto più convinta e va meglio.
passo ore su wiki a leggere storie di uomini che sono vissuti e poi morti, che hanno sofferto parecchio, amato parecchio, scritto parecchio. il sogno di ogni lettore. io continuo a credere che, potendo scegliere, avrebbero preferito una monotona vita felice e serena, quelle da cui non si riesce a tirar fuori nemmeno una cartolina per natale. ma i lettori sono degli sciacalli, si sa, ché ad ogni sofferenza c’è un capolavoro da leggere e loro lo sanno, e di fronte a una sola pagina scritta non guardano in faccia a nessuno, sono come il dottor mabuse solo peggio.
intanto guardo le mie piantine sopravvissute all’estate malgrado me e sono molto fiera, le ho educate proprio bene, non si arrendono neanche di fronte all’evidenza. brave, così vi voglio, caparbie e tenaci.

giovedì, 26 agosto 2010

c’era una casa molto carina

era un’estate di mille anni fa… la stagione era quasi finita e ci eravamo riuniti come un sol’uomo a casa letti per l’immancabile serata svuotafrigorifero.
ora si dà il caso che proprio accanto a noi ci fosse una casa molto carina senza soffitto e senza cucina, un giardino nascosto dalla strada e quattro mura bianche su cui i genitori lasciavano disegnare i bambini, che inventavano fiori e animali e storie. e proprio vicino alla porta c’era la storia del bruco giallo: un vermozzo blu, principe di chissà che regno, faceva la corte a una vermetta rosa che, smorfiosa, lo ricambiava spargendo in aria cuori a profusione. questa sarebbe stata anche una bella storia, se non fosse stato che proprio dietro di loro si nascondeva un timido bruco giallo, segretamente innamorato della bella vermetta e distrutto d’amore per lei. era una scena da spezzare il cuore. così, senza frapporre indugio, vergammo una lettera appassionata su un prezioso foglio di carta da cucina e prendemmo le parti di quel povero verme. una molletta per i panni servì da peso, il lancio contro la porta fu sicuro, il suono del campanello deciso. compiuta la nostra missione fuggimmo via, appena in tempo per accorgerci che aveva iniziato a piovere e che per quanto la carta da cucina potesse essere assorbente… ma non importa, sarà quel che il cielo vorrà!
due giorni dopo, ovvero il penultimo giorno del mese più bello della stagione più bella di tuuutto l’anno, dietro al bruco giallo spuntò un albero e appesa all’albero c’era una nuova bruchetta rosa intenta a sbattere le ciglia per quel verme, sia detto con rispetto. l’anno dopo si sposarono e partirono in crociera su un guscio di noce. lei aveva un velo da sposa molto bello.

lunedì, 16 agosto 2010

notte di ferragosto

calda la spiaggiaaa e caldo il ma-aaareee… che bello gianni morandi che cantava in quella cassettina lì, nostalgia ‘66. ce l’avevano data insieme al walkman, il perché non lo so, fatto sta che mio padre era tornato a casa con walkman + cassetta e io dalla terza elementare in poi per secoli ho ascoltato mina patty pravo i ribelli i rokes adamo tenco caterina caselli e via andando, una canzone ciascuno, sempre la stessa. tutta roba che ascoltava un qualunque ragazzino di otto anni nel 1986, insomma, ma questo evidentemente adesso non c’entra.
la notte di ferragosto per noi era quasi fine estate, che si arrivava al mare a luglio e si stava buoni buoni ad aspettare il primo di agosto, perché il primo di agosto cominciava tutto, arrivavano gli amici con la casa in affitto e c’era il cambio di comitiva e ci si metteva in pari con i racconti dei lunghi inverni bui e si facevano i piani d’attacco per il mese, si decidevano le sagre da passare in rassegna e speriamo che lui torni anche quest’anno e roba così.
il dieci agosto era la meta, che la notte di san lorenzo può succedere qualunque cosa, hai visto mai, io ho preparato una lista di desideri che mi bastano fino all’anno prossimo, ma dilli bene che se no non vale. ferragosto era il giro di boa, da lì in poi era una lenta inesorabile corsa fino al primo settembre, la prova inconfutabile dell’inesistenza di dio. ma doveva passare prima, e fino a che non passava l’estate era ancora nostra e c’era ancora tutto davanti, tutto il bello da venire e tutto ciò che si può desiderare da un’estate così.
il primo pensiero quando ti svegliavi era ricordarsi di prendere il secchiello, che un uomo senza secchiello la mattina di ferragosto è un uomo che sfida la sorte e grida al mondo: fate scempio del mio corpo, sono ottuso e merito di morire. poi il pranzo, che quello della vigilia di natale faceva venir da ridere, e un’altra volta in spiaggia ma solo per fare la conta dei caduti. e si arrivava alla sera, e la sera era solo una tappa obbligata per arrivare a far notte e poi mattina. si perdeva tempo bevendo e parlando e si aspettavano i primi fuochi e i fuochi di solito annoiavano quasi tutti, ma io ancora adesso quando sento lo sparo che ti risuona nella pancia e il cielo che si illumina e si riflette nel mare… sì, però adesso andiamo che si fa tardi e poi stiamo due ore bloccati in macchina e son sempre gli stessi tutti gli anni, dai su. e si trovava un posto per ballare, ma non subito, che all’inizio nei posti per ballare c’è musica che fa pregare di diventare sordi, allora si beve per dimenticare e per tirare l’ora giusta, quando finalmente mettono la musica scacciagente, che noi ballavamo solo quella e in pista c’eravamo solo noi, chi vuoi che ci sia a quell’ora e con quella musica lì. fino a che non ci cacciavano, che a una cert’ora dovevano pur chiudere, ma poco male tanto tra mezz’ora apre il forno, ci passiamo al forno no? io ero sempre per la mozione forno, che sì, buono buonissimo cornetto e cappuccino al bar appena aperto, ma come il forno di prima mattina non ce n’è. e mangiavamo, con la voce che non c’era più e con la faccia di chi ha fatto nottata, e ci toglievamo le scarpe e camminavamo sulla sabbia fredda e ancora umida. e poi – e a quel punto lì si fermava il mondo – vedevamo il sole arancione e tiepido che saliva dal mare, ci guardavamo e bevevamo, un sorso alla volta, la nostra alba.

venerdì, 6 agosto 2010

summer days

lavarsi i denti e non volere più, aver voglia di caramelle alla menta che fanno schifo e fanno strizzare gli occhi, cantare per ricordarsi come si fa, sapere che il tuo pezzetto di strada adesso è davvero solo tuo, per camminare prima un piede poi l’altro poi uno poi l’altro.
e sempre sempre sempre fare il tifo perché piova.

sabato, 31 luglio 2010

ultime dall’ansa

la fine del mondo è vicina e questo è un fatto. nel giro di un’ora siamo passati dai sessanta gradi all’ombra al giorno del giudizio. io tifavo pioggia, che quando metti il naso fuori e senti il profumo dell’acqua che arriva, l’estate sembra ancora più bella.
poi c’è che ho ricominciato a studiare. roba di nessun interesse per i più mai voi dormite pure sonni tranquilli che a temperare le matite ci penso io.
e poi ci sarebbe la storia della fisarmonica da suonare sotto i ponti. per farla breve, il fatto è questo. a teleridicolo si piange miseria. è un marchio di fabbrica, non so se capite, come l’abbronzatura per valentino, come le diciottenni per berlusconi, da noi va di moda la crisi dietro l’angolo. noi ci alziamo la mattina, timbriamo il cartellino, poi portiamo fiori freschi all’altarino di jabba the hutt che ci fa la grazia di farci lavorare. è così, non c’è un motivo, sarà qualche sostanza che dissolvono nell’aria, non lo so. fatto sta che come inizi a lavorare lì, tempo due giorni e cominci a considerare il fatto che meno male mi stanno facendo sto favore di farmi lavorare.
- il contratto integrativo è scaduto da un anno e mezzo. abbiamo chiesto un incontro ma l’azienda ce lo rifiuta
- eh, ma c’è la crisi, anzi anzi che ci fanno lavorare
- ma le richieste non sono mica di natura economica…
- dici bene te, ma già è tanto se ci tengono il posto, guarda
- hanno sostituito la società di vigilanza per problemi con i pagamenti
- hai capito com’è la situazione? e ci dà ancora i buoni pasto, pensa te
- sì, ma adesso hanno cambiato pure la società di pulizie…
- e non ci fanno portare nemmeno la carta igienica da casa, ce la danno loro!
- mmm. ma lo stipendio di luglio adesso ce lo pagano a metà
- hai capito? e l’altra metà a settembre… mica se la tengono loro, ce la pagano!
- e ce lo dicono di venerdì 30 luglio, non lo sapevano prima?
- ma per non farci preoccupare no? così partiamo per le ferie sereni. vai tranquilla vai, e cambia l’acqua ai fiori che se no appassiscono.

lunedì, 26 luglio 2010

per quest’anno non cambiare

e siamo di nuovo al periodo dell’anno in cui in ufficio si gioca a briscola. tornei di racchettoni nei corridoi, asfalto fumante fuori e niente niente niente all’orizzonte. i bar di desolation road cadono come mosche, chiudono per ferie uno dopo l’altro e da lunedì saremo a pane e acqua calda fino a che morte non ci separi.
però… però. il mio pezzetto di strada è bello da piangere, che lui è bello sempre, con la pioggia e con il vento, lo so da me, ma d’estate… con le balle di fieno lasciate a dormire sotto il sole e i muri che si cuociono ancora un po’ e ogni giorno un particolare nuovo che ancora non avevi scoperto e poi niente tutt’intorno… l’estate è il suo vestito più bello e gli calza a pennello e viene voglia di portarlo a ballare.

sabato, 24 luglio 2010

è come andare in bicicletta

se hai imparato una volta, quell’informazione da qualche parte c’è già, basta un momento e saprai farlo ancora. se prima sapevi respirare sai farlo di sicuro anche ora, hai solo perso un po’ la mano. se prima sapevi mangiare, inizia a prendere la forchetta in mano, qualcosa prima o poi succederà.
disimparare, disimparare è tutto un altro paio di maniche.

venerdì, 23 luglio 2010

la cura dei gesti

e i pescatori. quando ho finito con le porte e le finestre, io fotografo i pescatori. ora voi pensate che sia per la pena infinita della dura vita dell’uomo in mare e ok, siamo d’accordo, e dici pescatore e in testa senti la voce di de andré. voi, io e letti flavia sentiamo bertoli perché c’è tutto quel risvolto sentimentale lì e chissà la moglie poverina e via discorrendo. ma resta pur sempre il fatto che gli anni cinquanta sono abbastanza finiti, grazieadio, e comunque non è quello che stavo dicendo… eravamo ai pescatori.
cuciono le reti, ma ci si può credere? un uomo non si cuce un calzino neanche se nel buco ci passa un braccio, e loro prendono il loro bell’ago e cuciono le reti. stanno lì seduti e cuciono, parlano un po’ se sono più d’uno, e cuciono. e stanno attenti eh, non fanno mica a tirar via, ci mettono quell’attenzione che impiega una donna a riattaccare un bottone. lo fa parlando d’altro, ché il gesto ormai le appartiene e può farlo come si fa qualcosa di acquisito, arrotolare gli spaghetti o allacciarsi le scarpe o che ne so, parlando d’altro. però con quella cura di chi sa che quel bottone lì non verrà trattato mica tanto bene, fammi passare un altro giro di filo che se no domani siamo daccapo. e il bottone non si stacca più.

venerdì, 23 luglio 2010

con gli scuri chiusi se possibile

poi c’è anche quest’altra cosa qui. io lo so che alla fine sembro pazza e voi però mi volete bene uguale e mi tenete così come sono, che tanto se no non è mica che cambio, ma io come prendo in mano la reflex trovo una porta o una finestra da fotografare. e se fossi una un po’ meglio di così lo farei perché mentre guardo nel mirino penso chissà che vite si nascondono lì dietro, chissà che storie.
sì, senza dubbio, ma poi in fondo… magari no, magari dentro non c’è nessuno, sono usciti tutti. che poi il più delle volte riprendo pezzi di case abbandonate da anni, chi vuoi che ci sia più lì dentro? è che sono proprio belle, le porte e le finestre, ma com’è che non se ne accorge nessuno? guardate un po’ meglio invece di andare in giro a pensare a chissà che, che quella roba lì qualcuno l’avrà fatta eh, non si son mica fatte da sole, ci sarà stato un omino che ha preso il legno l’ha lavorato e tutto. varrà la pena di guardarle dire dio che belle e fargli una foto o no?
e questo era il motivo per cui nei miei album le porte e le finestre vanno via come il pane.

giovedì, 22 luglio 2010

quando la banda passò

che mi piacciono le bande ve l’avevo detto? certo che mi piacciono, che discorsi, con tutti quegli strumenti lucidi lucidi e i ragazzi che sudano chiusi nell’uniforme e il tamburo. ma com’è che uno la mattina si sveglia e dice sai cosa? entro nella banda. sì ma che suoni? mah, pensavo al tamburo. che poi io credevo si suonasse così, un po’ a caso, battendo un colpo ogni tanto giusto per far sentire che si partecipa, invece quello lì aveva proprio lo spartito con le note e tutto, roba seria insomma. ma comunque…
è successo che me ne stavo in spiaggia sdraiata al sole e tutt’a un tratto sento la banda. che la banda quando passa la senti, non puoi non sentirla con quel codazzo di gente che si porta dietro e ce n’è altrettanta affaciata alle finestre, è come il pifferaio magico, lei passa tu ti alzi e la segui, non puoi mica fare altrimenti. e com’è come non è ti ritrovi in prima fila dietro all’ultimo musicista, prima ancora delle beghine del paese, che si saranno alzate la mattina alle cinque per prendere posto, poverette, ma non volevo mica passare avanti, è stato l’istinto del fotoreporter che quando me ne sono accorta ho scartato per i vicoli laterali e me ne sono tornata in fondo. poche certezze ci sono nella vita e la prima è che io sono una da ultimi posti.
che processione fosse non l’ho ben capito, portavano in giro un tizio vestito di nero, o poteva anche essere una madonna, non lo so… ma niente banda a lutto, era festa piena. e questa era la storia di quando la banda passò.